Oh, mia bella Madonnina!
«Sei qua? In città? Sta’ lì dove sei, non ti muovere! Ti raggiungo subito!»
Arriva in una Panda blu, alto, spalle larghe, camicia bianca. Non ci vediamo da anni. Lo saluto cordialmente, mi appresto ad entrare in macchina. «Ah – mi dice – magari! Ma devo correre al lavoro» e tira dritto, lasciandomi in mezzo alla strada. Subito non capisco, ma poi tutto m’appare chiaro: era uno sconosciuto; chi stavo aspettando, doveva ancora arrivare!
Ricordo sempre il volto interiore dell’altro, oppure il volto della circostanza dell’incontro. È un dono preziosissimo, lo so, ma che s’accompagna ad una brutta abitudine: non faccio attenzione all’involucro corporeo, cosa che mi crea non pochi problemi. D’altronde, non sempre la memoria visiva m’è così d’aiuto: quando è arrivato colui che aspettavo, ho riconosciuto subito la sua faccia, ma a che scopo? Era lui, ma era anche uno qualsiasi.
La temperatura interna del vagone era da cella frigorifera – càpita, in Italia – e Io indossavo soltanto un vestito estivo. Sono entrati tre uomini, si sono tolti le giacche. Me le hanno offerte per coprirmi. Non bastavano: il freddo, accomodatosi allegramente in me, non voleva saperne di spostarsi.
Uno di loro mi ha ceduto anche il suo maglione e si è rannicchiato in un angolo tutta la notte. Mi dispiacque, per lui, ma la sua gentilezza mi salvò da sicura broncopolmonite. Non ricordo il suo volto, neppure il nome, non abbiamo quasi parlato, eppure, grazie a lui, credo di aver compreso il senso della parola «sacrificio» nella sua dimensione quotidiana, piccola.
Sembrava si fosse materializzato nell'aria. Stava ritto davanti a me, sbarrandomi la strada: «Hai un campo magnetico fortissimo. Ti si sente da un chilometro!»
Mi parlava con rabbia: «perché non fai qualcosa per aiutarli?», indicando la folla. «La maggior parte di loro non sa perché è qui. Tu sei un vortice, sei un vulcano in continua esplosione. Aiutali!»
«Ma quale vulcano? Chi sei, che dici? Loro amano il dolore, io no, come posso aiutarli?»
«Tu puoi tutto, lo so; anche tu lo sai. Non espirare lava, concèntrati. Se non sai su che cosa, lascia che sia Dio a indicartelo.”
«Dio non è la parola giusta. Ho un amico invisibile, questo sì, ma non so come si chiami. »
«Dio non è una parola. Dio è, più semplicemente, l’Amore. Il resto è stupidità».
Dopodiché, come aggiungendo una postilla, mi disse: «Copri tuoi occhi».
«Perché?», domandai.
«C’è troppo Amore, in essi. Coprili, velali, nascondili».
«Troppo Dio dentro, vuoi dire?»
Quel uomo non voleva nulla per sé, mi esortò solo ad aiutare gli altri. Un po' generica forse, e inquietante, la sua richiesta, ma espicita e disinteressata.
Arrivò brancollando, da una viale pieno di principesse tossiche buttate sulle panchine. Mi supplicò: «Voglio vivere, voglio smettere, dimmi cosa devo fare, dimmelo!» «Il contrario di quello che prescrivono gli opuscoli dell’ASL: torna a casa, torna dalla mamma».
Anni dopo rispunta vestito da imprenditore di successo. Ha famiglia, figli.
«…La droga è un lungo tunnel buio, spaventoso, ne ero dentro senza rendermene conto. Ma c’era una luce, alla fine di quel tunnel, una speranza, questo solo importava. Era lontana, incomprensibile, ma c’era. Era il tuo amore, irrangiungibile ma costante. Grazie ad esso, sapevo che quel buio avrebbe avuto fine».
Bene, ciao allora.
«Aspetta. Ho una nuova ossessione: soldi, soldi, soldi!»
Eccolo: cambiano le parole, ma la melodia è la stessa. «Sono infelice, i miei figli soffrono, chiedono, pretendono l'impossibile! Lavoro incessantemente, voglio smettere, voglio vivere, dimmi cosa devo fare, dimmelo!»
Povero, stupido spicciolo d'uomo, ora ti droghi con i soldi. «Che devi fare? Smetti, svegliati, alzati, slegati, scollegati, scomunicati, sognati!» Amico mio, solo questo posso dirti: «Va’ al diavolo, torna donde sei venuto!»
«Non lasciarmi così, nel buio, da solo! Non farlo, per favore, non farlo!»
Osservo il lungo tunnel dalla parte opposta, dall’uscita. Sento pianti e suppliche provenire dall’interno, lontani, e non vedo luce all’altro capo. Se fosse più corto, potrei scorgervi, dentro, il mio simile, ma questa consolazione è solo per chi ha bisogno d’aiuto.
Basterebbe girare le spalle, guardare in altra direzione, prender cammino e non pensarci più, ma la richiesta è stata così esplicita…
Quando gli domandai in che modo avrei potuto aiutarlo, mi disse: «Vieni ad ascoltare le mie canzoni. Sono stanco di suonare per il muro». Lo accontentai. Ma non gli bastò. Mi chiese di sposarlo: «Sono stanco di dormire in metropolitana abbracciato alla mia chitarra». «D’accordo», risposi, sapendo che non era possibile (entrambi, da sempre, cercavamo il vero Amore, ma la costanza non era il nostro forte).
Abbiamo avuto gli stessi amanti: Povertà, Follia, Poesia. Quando lo vidi per la prima volta mi colpì il suo corpo sofferente, l’aria da martire, i brandelli di psiche che trascinava con sé. Quella sera fui per lui soltanto un giaciglio in una galleria d'arte vuota. Un’occasione per risognare le sue sacre origini: realizzammo infatti, in un quadro non troppo vivente, un plagio: quello della Pietà michelangiolesca. Era la sera di Natale, il corpo del mio amato giacque addormentato sulle mie ginocchia per tutta la notte.
Dormiva nella metropolitana abbracciato alla sua chitarra, era un cantautore di talento. Gli ho trovato un posto per vivere, degli amici con cui suonare, ma è stato tutto inutile: lui apparteneva al buio e questo ci divise. Come con altri, non ho saputo disincantare il suo cupo cerchio magico, ho dovuto lasciarlo al suo doloroso Malessere.
Abitavamo nel suo enorme appartamento pieno di scatole vuote. Quando non stava bene, immaginava di rinchiudervi dentro il dolore. Sapeva autoipnotizzarsi. Può sembrare strano, ma funzionava. Era molto colto, leggeva sempre, conosceva venticinque lingue (almeno così diceva). Mi amava in modo tiepido – i sentimenti forti lo spaventavano – ma quando seppe che mi mancava il permesso di soggiorno (era l’epoca della "Bossi–Fini"), esultò dalla felicità: dovevamo sposarci subito, subito!
«Vuoi aiutarmi? L’illegalità non mi preoccupa, trova una ragione più seria. Procurami un certificato di cittadinanza nell’aldilà, con tanto di timbri e marca da bollo».
Lavorava in un ospedale psichiatrico. Tornava a casa a pezzi, vomitava la sua tristezza dappertutto, sporcava il mio spazio mentale e non se ne accorgeva. Quando un giorno gliel’ho fatto notare, mi disse, sorridendo, con aria compiaciuta: «Ma non eri al mondo per aiutare gli altri?»
Un giorno, intenti negli affannosi preparativi d’un viaggio, all’improvviso tira fuori dalla valigia un calzino bucato, pregandomi: «riparalo!». Quando vede i miei occhi "pieni d’amore" uscire fuori dalle orbite, mi rassicura: «è pulito!».
«Non sai come si usa l’ago? Se vuoi te lo insegno, non è difficile».
«No», mi dice ridendo. «Mia bella Madonnina, voglio che lo fai tu! Lo voglio, lo desidero, te l’imploro!». Era matto da legare: eravamo in strada, con le valige in mano, ad un certo punto pretende che lo accompagni a comprare dei pantaloni. «Non abbiamo tempo – gli dico – Ti regalo i miai jeans». «No! I jeans no!» Ci volle un miracolo: dal primo cassonetto che incontrammo tirai fuori un paio di pantaloni del tipo, della misura e del colore che voleva lui... Era contento come un bambino: «Rimani in Italia: ti candideranno per diventare santa. Farò il tifo per te!»
Arrivò con piatti e posate, c’erano prevalentemente forchette, i coltelli erano pochi, i cucchiai mancavano del tutto. Era il suo regalo per il mio futuro matrimonio. Lo ringraziai, ma gli feci notare che le posate non combaciavano, che non c’erano cucchiai, ecc.
«Ti serviranno soltanto le forchette – mi assicurò – Non sei certo una che li prende col cucchiaio, gli uomini; no, tu li trafiggi per bene». Poi mi pregò, serio: «Vorrei tanto che diventassi grande, un giorno, non vorrei doverti rispedire in quell’asilo da dove sei fuggita. Mi spezzerebbe il cuore».
Abitavamo a Vicenza in una belissima casa vicino le stelle. Le sue parole mi colpirono: «La vita di coppia è fatta di scontentezza. In genere si comincia in questo modo: un giorno la moglie dice "Non mi piace questo lampadario, voglio cambiarlo". Dopo il lampadario tocca al comò, poi alla macchina e così via. Il marito si mette a lavorare sempre di più, per poter comprare sempre di più. Il problema con te è che sei troppo felice, perché ti va bene tutto, perché non t’importa di niente. Non potresti provare ad essere un po’ insoddisfatta ogni tanto? Almeno avrò la possibilità di accontentarti».
La mattina dopo si sveglia: «Ti ho sognato…» Che uomo romantico «Ero andato in città a fare degli acquisti. Al mio ritorno ti trovo in cortile, davanti a un cumulo di macerie fumanti. La casa non c'è più. "Che cos'è successo!?" "Niente – mi dici distratta – Perché?" "Come perché, dov’è la casa?! "Ah sì, è bruciata. Ho dimenticato il tè sul fuoco…" "La nostra casa… bruciata…"» «Beh, buò capitare. Perché ti preoccupi tanto?»
Robin Hood mi donò le nespole appena rubate. Eravamo in un giardino, lui scelse le migliori, premuroso; tolse il nocciolo prima di porgermele.
«Ho un conto aperto con te. Sto segnando tutto, nei minimi dettagli. Per ora va bene così, ma un giorno ti farò pagare voce per voce».
«Non capisco, spiegati. Qual è il problema?»
«Tu. Tu sei il problema più grande della mia vita. Metti punti interrogativi in fondo ad ogni mia certezza. Io sono in guerra col mondo, tu sei la santa protettrice di questa miserabile lurida feccia. Mi rendi debole, mi impedisci di reagire come dovrei, mi induci al perdono. Non la farai franca, pagherai ogni cosa.».
("…Copri tuoi occhi prima che sia troppo tardi. Velali, nascondili...")
Un poliziotto del quartiere, gentile, venne a notificarci l'avviso di sfratto. Eravamo in tanti, tutti intorno a un tavolo, lui mi guardava fisso, senza dissimulare il suo interesse. Ero imbarazzata. Ritornò il giorno dopo con il figlio, a cui voleva mostrare qualcosa di speciale: me. Mentre gli strinsi la mano il bambino era più interessato alla gabbia degli uccelli, e faceva bene. Il padre gli girò la testa con forza, quasi a volerla svitare: «Guardala! – disse – È rara. Osserva i suoi occhi. Uno sguardo simile lo puoi vedere solo in un carcere, tra gli assassini più feroci. Soltanto in loro innocenza e determinazione si fondono in modo così perfetto». Volle pure una mia foto con autografo. Gli dissi che era presto per allestire la mia tomba.
Come sempre, non mi ricordo più il suo volto, ma ricordo che era uno studioso di fama mondiale, stava scrivendo un libro sul classicismo. Un giorno si mise a redigere una catalogo dettagliato di tutti i tipi di donna incontrati nella sua vita. Mi chiamò in stato confusionale, la voce gli tremava: «Non è possibile! Non so in che categoria inserirti!»
Ci siamo compresi non solo attraverso il bizzarro amore degli uomini, ma anche grazie al resto, grazie a "sciocchezze" quali:
– Il suono delle fontane. La musica è diversa, ma la voce non cambia.
– I ciuffi di polline, che scivolano lentamente sui raggi di sole davanti alle mura del Pantheon.
– Un gattino a tre zampe, un po’ matterello, che vive nei paraggi della stazione: m'accompagna spesso zoppicando, ma non si fa accarezzare mai.
Lui, a volte, mi parlava attraverso sequenze di immagini, attraverso quelle successioni di eventi che la gente chiama, ingenuamente, "coincidenze".
Ero innamorata dell’Invisibile. Pensavo: "perché ti nascondi sempre?"
Erano anni che non si vedeva un mare così sullo stretto di Messina. Le onde si abbattevano con furia contro gli scogli, i traghetti erano fermi in porto come grosse balene arenate. Il capitano della nostra imbarcazione, dopo ore di attesa, decise di tentare la traversata.
La barca uscì dal porto e si tuffò nel mare; come una foglia, che il vento strappa dal ramo. Una manovra sbagliata e le onde avrebbero inghiottito tutti. La gente reagiva nei modi più vari: certi piangevano, altri si aggrappavano ai cellulari, una bambina urlava "Mamma!". Alcuni ragazzi, per vincere la paura cantavano canzoni rap americane, con l'unico effetto di farmi pensare a qualcosa di decisamente più deprimente: le case di cartapesta distrutte dall'uragano, in Lousiana. Nessuno ha insegnato a quei giovani qualche antica preghiera, qualche poesia, qualche parola profonda con cui morire, né tantomeno gli ha insegnato il silenzio. In tutto ciò mancava la nobiltà, mancava la bellezza. Mancava anche il personale della nave, tutto era sottosopra, il profumo del disastro era nell'aria. Io non riuscivo a distogliere lo sguardo dal volto della tempesta. Mi attraeva. Era come se l'avessi chiamata io. Ero percorsa dal desiderio di liberarmi da ogni involucro. La barca, il corpo, la vita. Per diventare parte di quel "fuori" che sentivo come "me". E tuffarmi in quel mare, verso cui provavo irresistibile affinità. Non c’era più orizzonte né cielo, soltanto un abisso verde, che s'apriva dovunque. Il vecchio traghetto stava affondando. La morte, in quel momento, sarebbe stata un naturale, travolgente abbandono; e l'inverarsi d'un desiderio che da sempre m'accompagna: fondermi con forze sconosciute, libera di dispiegarmi in esse. È possibile sulla Terra? Forse sì, ma per pochi istanti, e solo come bagliore, come riverbero, come miraggio. Un'eco lontana, un'immagine sfocata di ciò che potrebbe essere. Pochissimo, ma fin troppo. La felicità? Vivere in quello schianto di volontà contrastanti, disperdersi nel turbine che trascina ogni cosa, in cui ogni istante è a un passo dall'essere "sempre"... Il genio, l'arte, i pensieri più nobili hanno radici in quella dimensione primordiale. Beati coloro che vi si sono affacciati.
Il volto della tempesta è il volto di "Dio", una tempesta luminosa. Non conosco quelle buie. È luce arrabbiata, non buio, non inferno: luce (che noi, forse, abbiamo fatto arrabbiare…). Quando vedo quel volto, lo riconosco immediatamente.
In mezzo a quel mare, sono riuscita a scattare un'istantanea dell'Invisibile.
Mi scrisse un giorno: "Mi ha sempre colpito, sin da quando ci siamo conosciuti, constatare quanto l'immagine della Madonna attraversi e permei la tua arte, il tuo modo di pensare, il tuo comportamento. Perché?".
Non so. Forse mi sono soffermata troppo davanti a un quadro, scordando che nel museo ve ne sono altri ugualmente belli.
Meglio non avere alcuna immagine di se stessi, ma semplicemente esserci .
Ma poi: qual è la differenza tra una donna e una madonna?
In che modo la Moglie, la Madre, la Sorella, l'Amica sono diverse da quella luce in fondo al tunnel?
E'la questione delle posate che non combaciano?
Auitami, dimelo…